Voglio trattare oggi un tema che molto spesso viene sottovalutato dai lavoratori: il “Trattamento di Fine Rapporto” o TFR.
Il TFR, comunemente noto come liquidazione o buonuscita, è un importo garantito al lavoratore dal datore di lavoro, il cui ammontare è accumulato in base alla retribuzione del lavoratore stesso e viene erogata al momento della cessazione del rapporto di lavoro, che può avvenire per licenziamento, dimissioni, raggiungimento dell’età pensionabile o altre cause di interruzione definitiva.
Fondamentalmente, il TFR rappresenta una forma di retribuzione differita (pari a circa il 6.91% della retribuzione annua), ritardata nel momento della percezione ma soggetta a incrementi e rivalutazioni annuali in base all’indice Istat e tutti i lavoratori subordinati hanno diritto a questo beneficio.
Il Trattamento di Fine rapporto è stato istituito con la legge n. 297/1982, in sostituzione dell’Indennità di anzianità e disciplinato dal c.c. articolo n. 2120 successivamente riformato dal decreto legislativo n. 252/2005 entrato in vigore il primo gennaio del 2007.
Da questa data è stata data la possibilità al lavoratore di poter decidere cosa fare con il proprio TFR, se lasciarlo in azienda o destinarlo ad un fondo pensione che può essere di categoria o un fondo pensione complementare scelto dal lavoratore.
Vediamo le differenze tra le due opzioni:
- Lasciare il TFR in azienda: In questo caso, la liquidazione del TFR viene rivalutata annualmente con un aumento fisso dell’1,5%, oltre a una percentuale pari al 75% dell’inflazione registrata a dicembre dell’anno precedente.
- Destinare il TFR a un fondo pensione: Se scegli questa opzione, il tuo TFR verrà investito dal fondo pensione, consentendoti di beneficiare dei rendimenti registrati sui mercati. Storicamente, questi rendimenti hanno superato l’inflazione nel medio-lungo termine.
Nel primo caso bisogna tenere presente che esiste una distinzione da fare tra le aziende con più di 50 dipendenti o con meno di 50 dipendenti:
Le aziende con più di 50 dipendenti il TFR maturato dai lavoratori viene progressivamente conferito mensilmente al Fondo Tesoreria dell’INPS, mentre per le aziende con meno di 50 dipendenti (la stragrande maggioranza in Italia) il TFR effettivamente rimane in azienda ed è qui che possono insorgere dei rischi: basti pensare a cosa potrebbe accadere in caso di difficoltà economiche dell’azienda o addirittura in caso di fallimento dell’azienda.
Il TFR mi verrà “forse” restituito dall’INPS, certamente, ma in quanto tempo?
Tuttavia, va considerato che lasciare il TFR in azienda non comporta costi aggiuntivi, ma presenta un rendimento medio inferiore ed è soggetto, nel momento dell’erogazione, ad una tassazione più elevata, con l’aliquota media degli ultimi 5 anni che può andare dal 23% al 43%.
Nel secondo caso, il trasferimento del TFR in un fondo pensionistico comporta dei costi che possono incidere sul guadagno complessivo, ma offre diversi vantaggi ad esempio:
- Deducibilità fiscale annua immediata: ogni lavoratore iscritto ad un fondo pensione ha la possibilità di dedurre fino ad un massimo di € 5.164,00 i contributi che ha versato nel corso dell’anno, non però del TFR.
- Aliquote sui rendimenti più vantaggiose: Il fondo pensione ha una fiscalità diversa rispetto ad altri strumenti di risparmio; ha una tassazione pari al 12,50% se il fondo pensione investe in titoli di Stato e pari al 20% per tutti gli altri tipi di investimento, ricordo invece che la ritenuta d’acconto oggi è del 26% e del 12,5% per titoli di stato e governativi.
- Alla riscossione viene applicata una tassazione agevolata che va da un minimo del 9% ad un massimo del 15%.
- Facilità nella gestione: c’è la possibilità di riscattare anticipatamente in caso di spese impreviste come ad esempio acquisto prima casa, spese sanitarie ecc. con il solo vincolo di iscrizione al fondo da minimo 8 anni.
- Può considerarsi un salvadanaio: soprattutto per i giovani lavoratori, che spesso si trovano costretti a cambiare azienda e pertanto non riescono a maturare cifre importanti di TFR, destinandolo invece ad un fondo pensione riescono ad avere versamenti costanti e continuativi nel tempo.
- E per finire sarà un utile supporto per colmare il gap previdenziale che le generazioni di troveranno all’età della pensione.
Complessivamente, questo scenario suggerisce che scegliere la previdenza integrativa potrebbe garantire un vantaggio economico significativo nel lungo periodo.
Purtroppo, però, come da un’indagine svolta da Anima sgr lo scorso dicembre 2023, in Italia un lavoratore su due ancora non ha un piano integrativo di previdenza, spesso per pigrizia ma a volte per la scarsa conoscenza sui vantaggi che ne possono trarre.
Non da ultimo è importate saper scegliere in quale comparto è meglio destinare il proprio TFR: dipende dall’età o, meglio, dal tempo che manca per raggiungere l’età pensionabile.
Se siete interessati ad approfondire l’argomento, non esitate a contattarmi.
















